martedì 24 settembre 2013

I più grandi gol di Denis Law secondo Denis Law






All’interno di Sport, settimanale sportivo del Sun, il magnifico scozzese Denis Law ricorda i suoi gol più importanti. La colonna del Manchester United negli anni ’60, idolo del Old Trafford e componente della sacra triade con Charlton e Best, descrive tre delle sue moltissime reti: “Quando si parla dei più grandi gol in una carriera probabilmente non sono realmente i gol più grandi, dipende molto dalla partita in cui si segna [...]“
“Il sogno da ragazzino di ogni giocatore era giocare a Wembley in una finale di coppa. Penso che abbia perso fascino ma allora era il sogno di tutti giocarne una, vincerla e segnare una rete.”
Leicester City-Manchester United 1-3, finale di FA Cup, Wembley 1963
“[...] il gol è l’unica cosa che ricordo della partita. Non ricordo niente altro, nemmeno l’ascesa sulla tribuna per ritirare la medaglia ma ricordo Pat Crerand scendere sulla fascia sinistra e crossare. Il pallone era dietro di me perciò dovetti girarmi e tirare nell’angolo [...]“
Inghilterra-Scozia 2-3, Wembley 1967
“L’altro gol che ogni giocatore dovrebbe segnare è quello con la maglia della propria nazionale [...]

L’Inghilterra aveva appena vinto la Coppa del Mondo e noi li affrontammo a Wembley nel ’67. Non perdevano un match dai Mondiali ma li battemo 3 a 2 e io segnai un gol fortunoso [...] Non il migliore dei gol ma non lo dimenticherò mai.”
Inghilterra-Resto del Mondo 2-1, Wembley 1963
“Il terzo gol lo realizzai quando fui abbastanza fortunato per giocare nel Resto del Mondo contro l’Inghilterra nel ’63, ancora a Wembley. Era una partita organizzata per il 100° anniversario della FA e fu l’occasione per giocare accanto a due miei eroi di quel periodo: l’ungherese Ferenc Puskas e l’argentino Alfredo Di Stefano, entrambi del Real Madrid [...] Puskas mi passò il pallone e io confezionai il gol. Fui molto fortunato e la rete non fu spettacolare, una semplice rete. Sfortunatamente la nazionale inglese ci battè 2 a 1 ma non contava molto.”
Pietro Ferrazzi

I più duri di sempre secondo Graeme Souness





Dave Mackay prende per il bavero Billy Bremner

“Tutto il Leeds di fine anni ’70 era una squadra davvero dura, Johnny Giles, Billy Bremner e Terry Yorath. Ma, vedi, ogni squadra all’epoca aveva due o tre giocatori pronti per la guerra. Yorath era uno dei più duri giocatori contro cui ho giocato, prima con il Leeds e poi quando si trasferì al Tottenham”. Graeme Souness introduce così la descrizione dei giocatori più duri, più tosti che abbia mai affrontato e lo fa su Sport, settimanale del Sun.
“Avevo 19 anni quando mi insegnò [Yorath, ndt] una grande lezione e mi fece molto male. Imparai a scegliere i palloni giusti e non mi infortunai più. [...] Credo che giocatori veramente duri fossero gli attaccanti perché davano le spalle a corpulenti centrali di un metro e novanta. Joe Jordan era un giocatore duro. Kenny Dalglish era un giocatore veramente duro. In realtà, penso che Dalglish fosse uno dei più tosti giocatori con cui abbia giocato, forte e coraggioso [...]“
Roy Keane compie un'entrata chirurgica su Haaland
Souness, fosforo e grinta nella mediana del grande Liverpool che vinceva tutto in patria e in Europa a cavallo tra i ’70 e gli ’80, ha conquistato il gradino più alto di una classifica stilata dal Sun sui giocatori più fallosi di sempre. Il secondo posto lo ha meritato il macellaio di Bilbao Andoni Goikoetxea, caviglia di Maradona e ginocchio di Schuster fra i trofei conquistati. Sul gradino più basso si è piazzato Dave Mackay, pupillo di Brian Clough.
Nel numero di novembre il Guerin Sportivo stila una classifica analoga comprendente i più cattivi dentro e fuori dal campo: Goikoetxea è sempre secondo mentre Mackay e Souness rispettivamente 73° e 43°. Il primo posto è per Roy Keane, solo sesto nella classifica del Sun ed è presto detto perché: quello su Haaland non era un semplice fallo di gioco, era una vendetta…
Pietro Ferrazzi

mercoledì 14 dicembre 2011

I monumenti dell'Arsenal

L'Arsenal, titolata squadra di Londra, festeggia in questi giorni il suo 125° anno.
Fondata a Woolwich, sud-est della capitale, da alcuni operai della fabbrica di esplosivi Royal Arsenal come svago dopolavoristico e inizialmente battezzata Dial Square, si trasforma subito in una cosa seria e in Woolwich Arsenal; nel 1913 si trasferisce a nord, Holloway, per incontrare una maggiore affluenza di pubblico e adotta l'attuale nome.
La statua di Tony Adams
Per l'importante ricorrenza la società ha svelato tre sculture raffiguranti glorie inscalfibili della storia dei Gunners:
Herbert Chapman, manager del primo grande Arsenal e inventore del Sistema o WM ma soprattutto autore di una rivoluzione calcistica a 360°. Sua infatti l'idea dei numeri sulle maglie di gioco, la proposta (declinata dalla federazione) di dotare gli stadi di illuminazione per giocare partite in notturna con la possibilità di attirare più spettatori in orari extra-lavoritivi e la richiesta di intitolare una fermata della metropolitana alla società londinese. 
Tony Adams, roccioso difensore in 504 battaglie e capitano per quattordici anni. Plurivittorioso e gran bevitore si disintossica sul finire dei novanta in tempo per riconquistare i double (campionato-coppa nazionale) del 1998 e del 2002. 
Thierry Henry, massimo cannoniere nella storia dell'Arsenal con 226 reti ed emblema del calcio spettacolo di Wenger: forza fisica, galloppate inarrestabili e personalità illuminano di luce abbacinante Highbury prima e l'Emirates poi. 
Tra i tifosi il dibattito verte sui maggiori crediti delle tre statuarie personalità rispetto ad altre del passato biancorosso: questione capziosa, risoluzione scontata: troppi bronzi si erigono monumentali nella memoria dei supporter. Forte è la sensazione che in futuro altre statue incorniceranno lo stadio. Facciamo un gioco, quali ex-Gunners meriterebbero la bronzea investitura? Ne proponiamo dieci.

Dennis Bergkamp (1995-2006)
Talento indiscutibile ma ampiamente criticato durante la sua permanenza all'Inter. Il grande e ancora giovane giocatore ammirato nell'Ajax sparisce a Milano per lasciare spazio al fratello brocco. Qualche sprazzo di classe lo esibisce ma è veramente poca cosa. Rinasce a Londra dove in undici anni da sfogo a tutto il repertorio del campione: dribbling, visione di gioco, gol e assist di una qualità raramente vista nel paese britannico. Probabilmente il talento più cristallino ammirato ad Highbury. 


Ian Wright (1991-1998)
Uno dei più spettacolari e letali attaccanti del calcio inglese arriva a nord di Londra accompagnato da un po' di scetticismo nonostante gli anni spesi a segnare in una squadra come il Crystal Palace. Diventa subito idolo e trascinatore, personaggio dentro e fuori dal campo, autore di caterve di reti molte delle quali spettacolari. Secondo goleador fra i Gunners ma con la stessa media di Henry. 


David O'Leary (1975-1993)
Irlandese, nasce a Stoke Newington, due passi da Highbury & Islington ma cresce a Dublino. Torna presto a Londra per firmare il contratto con i biancorossi e per rimanerci vent'anni. Diventa bandiera e colleziona il maggior numero di presenze: 722 partite giocate in difesa, con eleganza insolita e una decisione nelle chiusure tipicamente britannica. Piedi buoni per costruire l'azione dalle retrovie.


Cliff Bastin (1929-1946)
Ha solo 17 anni quando viene acquistato da quella volpe di Herbert Chapman. Il grande manager ne intuisce lo strepitoso talento e contribuisce a renderlo grande cannoniere. E' un'ala sinistra veloce che ama accentrarsi e ricevere le palle filtranti di Alex James per battere il portiere avversario. Lo fa 178 volte e rimane il giocatore più prolifico fino al sorpasso di Ian Wright nel settembre 1997. La Seconda Guerra Mondiale, quando ha 27 anni e ancora molto da dare, pone fine alla sua carriera.


Pat Rice (1967-1980)
Terzino destro nordirlandese arcigno e potente, inizia come riserva di Peter Storey ma diviene presto una colonna della difesa negli anni '70, anni spesi fra trionfi e cadute profonde. Gioca cinque finali di FA Cup, record tra i Gunners condiviso con David Seaman e Ray Parlour, vincendone due inclusa quella mitica contro il Manchester United nel 1979. Da 15 anni è il braccio destro di Wenger.


Alex James (1929-1937)
Lo scozzese è giocatore di assoluto livello. Fosforo del grande Arsenal di Chapman, come interno innesca gli attaccanti e occupa il campo con un'intelligenza calcistica fuori dal comune. Cliff Bastin e Ted Drake sanno chi ringraziare per le montagne di reti. Famoso anche per l'abitudine di giocare con dei pantaloncini larghi e antiestetici per coprire dei mutandoni che leniscono i dolori reumatici.

Ted Drake (1934-1939)
Assieme a Bastin e James è la stella di quella squadra che negli anni '30 vince tutto. Fromboliere inarrestabile, potente e coraggioso segna la bellezza di 139 gol in 184 partite. Sicuramente il più grande centravanti in senso stretto della squadra londinese, realizza il terzo gol nel 3 a 2 con cui, ad Highbury e con sette Gunners in campo, l'Inghilterra batte gli azzurri italiani da noi ricordati come 'I leoni di Higbury'.


Patrick Vieira (1996-2005)
Il Milan lascia andare troppo presto questo spilungone e ha modo di pentirsene. Per nove anni il francese è padrone del centrocampo. Incrocia i tacchetti con i più duri centrocampisti europei, epiche le battaglie con Roy Keane, uscendone spesso vincitore grazie al fisico prorompente, a un ottima tecnica di base e spiccato senso tattico. Nel 2002 eredita la fascia di capitano da Tony Adams e guida l'Arsenal nello strepitosa vittoria in campionato del 2004, quello degli 'Invincibili'.

Liam Brady (1973-1980)
Centrocampista tra i migliori della sua generazione, l'irlandese è un piacere per gli occhi: ritmo, visione di gioco, fantasia, piedi ottimi e carisma. Trascinatore silenzioso è capace di cambiare volto alla gara con un invenzione, un lampo. Vince la FA Cup del '79, nell'80 va alla Juve dove vince due scudetti da protagonista.


Arsène Wenger (1996- ? )
Sul fatto che un giorno, all'Emirates Stadium o dintorni, svetterà un monumento in onore del tecnico alsaziano ci sono pochi dubbi. Con Chapman è il manager più innovativo, capace, colto e amato. In due parole: il migliore. Trasforma una squadra storicamente conosciuta come boring, noiosa, in una delle compagini più spettacolari d'Europa. Punta sui giovani, rispetta i veterani, crea un gioco spumeggiante che esalta le qualità tecniche dei singoli sempre a servizio del collettivo. Gli manca un'importante trofeo europeo per coronare la sua lunga esperienza londinese.

venerdì 9 dicembre 2011

Un decennio di Borussia Mönchengladbach

Il ritorno ai vertici del calcio tedesco del Borussia Mönchengladbach con la vetta della Bundesliga accarezzata in alternanza al fortissimo e solito Bayern Monaco e ai campioni in carica di Dortmund, ci conduce alla suggestione, al fascino di una squadra che prova a rialzare la testa dopo anni di buio e anonimato. L'ultima gioia risale alla Coppa di Germania del 1995 conquistata schierando il bomber Martin Dahlin (fugace esperienza alla Roma) e Stefan Effenberg, diventato poi giocatore chiave del Bayern Monaco vice-campione e campione d'Europa. 
Netzer e Weisweiler
Ma il passato glorioso dei bianconeroverdi è scolpito nei '70 quando le grandi prestazioni di giocatori chiamati Fohlen, i puledri, danno vita a una delle squadre più spettacolari e ammirate del decennio. Una decade che vale la pena ripercorrere.
Nei tardi '60 il vivaio del Borussia sforna dei giovani di assoluto livello che non tardano ad affermarsi campioni: il cervello Günter Netzer, il cannoniere Jupp Heynckes, il mastino Berti Vogts tra gli altri. In patria, la sfida con gli acerrimi rivali altrettanto giovani del Bayern va a costituire la più bella rivalità del calcio tedesco. Le due formazioni si alternano nella conquista del campionato e, per numero di titoli, prevale il gioco aggressivo, rapido e contropiedista della formazione di Monchengladbach. In Europa invece sono Beckenbauer, Maier, Müller e compagni a togliersi maggiori soddisfazioni con la vittoria in tre edizioni consecutive della Coppa dei Campioni.
Nel torneo continentale più prestigioso il Borussia Verein für Leibesübungen 1900 Mönchengladbach (nome esteso) fa il suo esordio nel 1970 ma viene eliminato presto, agli ottavi di finale, in una doppia sfida con gli inglesi dell'Everton decisa ai rigori. 
L'anno dopo sono ancora gli ottavi di finale l'ultima fermata per i tedeschi che tornano a casa dopo aver elettrizzato uno degli incontri più entusiasmanti e discussi nella storia della competizione. E' l'Inter allenata da Invernizzi e costituita dai vecchi della Grande Inter Burgnich, Facchetti, Corso, Mazzola, Jair più Oriali e Boninsegna; non certo una squadra di dopolavoristi ma la formazione milanese, prendendo forse sottogamba la sfida, viene spazzata via nell'andata al Bökelbergstadion. I ragazzi di Weisweiler passati in vantaggio quasi subito con Heynckes e incassato il pareggio di Boninsegna si scatenano con l'artiglieria pesante e infliggono ai tramortiti interisti un 7-1 pesantissimo. Ma al 29' del primo tempo, sul 2-1, una lattina semivuota gettata dalle tribune
Mazzola discute con l'arbitro




colpisce Boninsegna innescando una sceneggiata italiana che crea l'appiglio su cui l'Inter e il suo vicepresidente e avvocato Peppino Prisco si aggrappano nella speranza di convincere l'UEFA ad annullare l'incontro. Avranno ragione gli italiani che, dopo il ritorno a San Siro vinto 4-2, si giocano il turno nella ripetizione sul neutro di Berlino. Finisce 0-0 con Bordon sugli scudi. L'Inter perde poi nettamente la finale di Rotterdam contro il lanciatissimo Ajax di Cruijff e rimane opinione diffusa che solo il Borussia Mönchengladbach avrebbe potuto fermare i lancieri olandesi. 
Nel 1973 i nostri si aggiudicano la Coppa di Germania e arrivano in finale di Coppa UEFA contro il
Keegan e Netzer
temibile Liverpool di Bill Shankly. Ma sono i Reds trainati da Keegan ad avere la meglio nel doppio confronto, aggiudicandosi il primo di una lunga serie di titoli europei. Il Borussia rimane invece, ancora una volta, a bocca asciutta.
Nella stagione successiva, la prima senza Netzer trasferitosi al Real Madrid e con il giovane Stielike a centrocampo, il Borussia non vince nulla impattando contro il Milan di Trapattoni nella semifinale di Coppa delle Coppe.
Nel 1975 il Borussia riconquista il Meisterschale e fa sua la Coppa UEFA grazie ai gol del solito, formidabile Heynckes e del rilanciato Simonsen. A fine stagione lascia l'artefice della costruzione della squadra, l'allenatore Weisweiler. Destinazione Barcellona.
La nuova guida tecnica si chiama Udo Lattek dal Bayern Monaco che guida i suoi nuovi giocatori a un altro titolo interno e fino ai quarti in Coppa dei Campioni dove, alla fine di un doppio turno tiratissimo col Real Madrid dell'ex Netzer, devono arrendersi alle decisioni scriteriate dell'arbitro Van der Kroft nella gara di ritorno.
L'anno dopo, 1976-1977, Berti Vogts e compagni devono contendere il titolo a Schalke 04, Eintracht Braunschweig ed Eintracht Francoforte ma s'impongono per la quinta volta con un solo punto di vantaggio. Altrettanto arduo il cammino in Europa fino alla finale del 25 maggio, a Roma, nuovamente contro il Liverpool di Kevin Keegan. Rimediato al vantaggio di McDermott con un gran tiro di Simonsen che supera Clemence all'incrocio dei pali, nell'ultima mezz'ora il Borussia viene bucato due volte e vede sfumare per l'ennesima volta i sogni di gloria. A fine anno la soddisfazione per Allan Simonsen premiato col Pallone d'Oro. 
Anno maledetto il '78 con il Meisterschale che scivola fra le mani del Colonia dell'ex Weisweiler per tre gol, decisivi nel conteggio della differenza reti. Maledetto soprattutto il Liverpool, senza Keegan, andato all'Amburgo, ma con il portentoso Dalglish, che si rivela bestia nerissima eliminando i tedeschi nelle semifinali del maggiore torneo continentale. 
Vogts con la Uefa '79
L'ultimo trofeo vinto dalla formazione di Mönchengladbach, prima della coppa nazionale del '95, è la Coppa UEFA del '79 agguantata in una doppia finale contro la Stella Rossa di Belgrado. Senza le colonne Bonhof, Heynckes, Wimmer e Wittkamp la squadra inizia la sua parabola discendente e le parole di Berti Vogts, subito dopo la finale con gli slavi, suonano profetiche: “Godetevi questa coppa. Per i prossimi anni sarà l'ultima che stringete tra le mani”. Il declino viene sancito in estate con l'abbandono di Lattek, il trasferimento di Simonsen al Barça e il ritiro di Vogts. Il colpo di coda è la finale UEFA raggiunta ma persa con l'Eintracht Francoforte e la valorizzazione di un giovane Lothar Matthaeus, che il tempo battezzerà campione e che qualche anno dopo lascerà per andare agli odiati antagonisti del Bayern Monaco.


lunedì 14 novembre 2011

Inghilterra-Italia 1973


Capello (a sin.) esulta, Shilton è battuto
Il 14 novembre del 1973, al mitico stadio di Wembley, l'Inghilterra di Ramsey affronta l'Italia in una gara amichevole. Cinque mesi prima era stata la nazionale italiana ad accogliere e battere, a Torino, i leoni d'Oltremanica ma la partita giocata a Wembley in quel giorno di novembre resterà negli annali della nazionale azzurra come la prima vittoria sul suolo inglese. La formazione di Ramsey ha già fallito la qualificazione ai mondiali in Germania ma in campo da battaglia. L'Italia rischia più volte di andare sotto, tiene duro e a pochi minuti dalla fine trova il gol della storia con Capello che ribatte in rete una respinta di Shilton sul tiro decentrato di Chinaglia. La selezione di Valcareggi, grazie al doppio successo sugli inglesi e al brillante girone di qualificazione, veleggia sicura verso i Mondiali dell'estate successiva. Sarà un disastro.